Felicia

Felicia, poco più che cinquantenne, era là, semidistesa in un letto di ospedale; la flebo che pendeva dall’asta di sostegno era collegata ad una vena del suo braccio sinistro. Felicia era molto preoccupata: le si leggeva in viso la paura di ricevere un’altra notizia dolorosa dal medico che le avrebbe illustrato, da lì a poco, i risultati dell’ultimo esame clinico.

Sulla sedia accanto al letto, con gli occhi bassi, stava sua figlia Roberta, una dolce e tenera ventenne che ancora cercava di capire il senso della vita, che inseguiva una strada difficile, studiava e lavorava nell’arte e nella pittura, e soprattutto sognava, dopo una breve esperienza amorosa negativa, vissuta assai male e protrattasi più del giusto, il sentimento vero, l’innamoramento della vita.

Roberta mostrava una forza ed una serenità che in realtà non aveva. La sua altissima tensione morale e l’amore per la madre le avevano suggerito questa parte, e lei la recitava ormai con la bravura da attrice consumata. Roberta nutriva per lei un sentimento strano, di sordo e volutamente sopito rancore. Questo era nato e cresciuto quando sua madre aveva improvvisamente abbandonato suo padre e lei, appena sedicenne: era stato per un improvviso ed imprevisto colpo di testa, frutto del carattere immaturo di quella donna, ora malata, e di una banale e forse sopravvalutata infatuazione per il più classico dei “signor nessuno” di passaggio.

Ma ora, in quella situazione, il dolore e l’apprensione coprivano tutto e Roberta provava nei confronti di sua madre anche una grande pietà, dovuta non solo alla situazione contingente ma anche alla vita che le vedeva fare: sempre sola, fredda e razionale, almeno all’apparenza, nessun affetto forte, solo amiche, spesso anche abbastanza vuote. E, forse, ancora un “signor nessuno”, sempre nell’ombra e nella pseudo-virtualità. Ma forse − Roberta andava ragionando da qualche tempo − era stato proprio quello il problema che era scoppiato nella testa di sua madre ed esploso poi nella sua famiglia dopo diciotto anni di vita serena: suo padre era stato forse “troppo” per Felicia, che non riusciva a dominarlo e desiderava un uomo più alla sua altezza, un uomo da poter guardare se non dall’alto, almeno dallo stesso livello. Forse suo padre non era riuscito a farle svolgere un ruolo paritario, forse era stato troppo prorompente con la sua personalità di apprezzato direttore d’orchestra, sempre in giro per il mondo.

Felicia, visibilmente commossa dalla visita, guardava Roberta con l’occhio di una madre pentita e ferita, ma non riusciva a parlarle perché, come sempre, era bloccata da una strana sensazione di incomunicabilità che lei non aveva mai capito fino in fondo e che derivava un po’ dalla sua indole e un po’ dai fatti che avevano scolpito il racconto della sua vita.

E così, in silenzio, Felicia cominciò a rileggere alcune pagine della sua esistenza. Era una donna segnata, ed il segno iniziava già dal nome che gli anziani genitori le avevano affibbiato nella speranza che potesse garantire la sua vita, incidendo sulla psicologia sua e di quanti l’avrebbero conosciuta ed amata, così da assicurarle un avvenire almeno sereno, se non proprio felice. Ma così non fu, lei pensava: i suoi genitori avrebbero potuto metterle il nome “Infelicia”, sarebbe stato forse più adatto e chissà, forse anche più proficuo.

Ultima di tre sorelle, a Felicia erano stati trasmessi caratteri genetici nettamente superiori a quelli delle sorelle, soprattutto in quanto a capacità intellettive, a sensibilità e ad un innato senso morale. Ma la sua fanciullezza era stata devastata dalla presenza nella famiglia di uno zio che abusò di lei fin da piccola, e purtroppo anche per molti anni. Lei, fin da bambina, aveva cominciato a provare un certo senso di ripugnanza ed aveva qualche volta tentato di ribellarsi; poi, appena consapevole ma sempre impaurita, pervasa da quell’orribile senso di colpa che sentono quasi sempre gli abusati minori, aveva cercato di evitare situazioni pericolose e provò anche a parlarne in confessione con un prete amico di famiglia, ma … fu solo invitata a fuggire le occasioni!

Riuscì a liberarsene solo in età della pubertà, cominciando a studiare sempre in compagnia di alcune compagne di scuola, ad uscire con le amiche e ad evitare con astuzia tutte le occasioni di potenziale pericolo. Scappava dall’orco e scappava anche dalla sua famiglia, una famiglia che non aveva saputo vedere, non aveva saputo capire, non aveva saputo sorvegliare e neanche adeguatamente proteggere la povera piccola Felicia.

E rifletteva ancora una volta sulla caratteristica per lei odiosa del suo carattere e della sua indole, certamente la più insopportabile ai suoi occhi, dimostrata pesantemente nelle sue scelte più importanti, cioè quando con una breve comunicazione era andata via da casa: prima da quella di sua madre, poi da quella di suo marito e di sua figlia. Capiva bene che agli occhi di tutti aveva fatto la parte di una figlia irriconoscente prima, di una moglie infedele e di una madre degenerata dopo.  E questa caratteristica aveva un solo nome: egoismo. Un profondo egoismo, una capacità di guardare sempre ad una distanza molto piccola da quello che era il suo ego, i suoi desideri, i suoi interessi, il suo mondo. Per la verità, riconosceva a se stessa di avere pochi, piccoli e limitati interessi; e pochi anche i sogni, forse solo uno, ma prorompente, quello di sentirsi libera, finalmente e completamente libera: libera di scegliere, libera di pensare ed agire, libera da un mondo che le era avverso. Lei lo sapeva, si rendeva perfettamente conto del suo egoismo, ma non riusciva a metterlo in relazione con quanto la vita aveva fatto contro di lei. Sì, contro di lei. Perché gli abusi che era stata costretta a subire le avevano costruito un muro di incomunicabilità con chiunque, una costante inclinazione alla copertura delle verità, una capacità spiccata quindi di dire menzogne.

Solo ora, dopo che suo marito le aveva forzato il suo baule dell’anima, dove lei aveva rinchiuso quel suo pesante segreto, per lei inconfessabile, solo ora, a distanza di alcuni anni, cominciava a sentirsi libera e cominciava anche a realizzarlo da sola.

Roberta alzò gli occhi e vide una lagrima sul viso di Felicia. Fece finta di niente e riabbassò gli occhi; a quella vista si era commossa ma non voleva darlo a vedere. “Chissà – pensò – forse mio padre si sarebbe abbassato ad abbracciarla. Lui è un uomo come ce ne sono pochi! Ed io invece non sono stata capace di farlo … “. Questa idea la turbò non poco.

Felicia continuò a pensare in silenzio, ed era ora il tempo della sua giovinezza. La scuola, le compagne, la spensieratezza di una vita che lei desiderava libera, libera ormai dall’orco, libera dalla famiglia che considerava nemica e con la quale ormai era in costante conflitto. E pian piano il pensiero andò al suo primo ragazzo, e poi ai tempi dell’Università, ai suoi colleghi ed alle giornate passate a guardare i suoi professori che operavano, a quel professore, sì, quello bello, affascinante … corteggiato da molte studentesse. Chissà – pensava – dove sarà ora e chissà se … ancora sarà. Il tempo infatti passa per tutti, ed inesorabilmente travolge e trasforma ogni cosa …  

E poi, ancora, rivide i tempi della sua bella laurea in medicina: un magnifico 110 e lode, e questa volta fu ammessa anche la presenza dei suoi genitori, che ebbero da lei un avviso preciso ed un permesso speciale. Chissà – pensava – forse li ho anche maltrattati, forse non ci siamo mai capiti, forse non abbiamo mai parlato abbastanza …

E di nuovo, questi ricordi le fanno sgorgare una lagrima. Questa volta Roberta fu attenta, veloce e determinata: si alzò di scatto e con un fazzoletto di carta, che aveva già pronto in una mano, si avvicinò e, velocemente ma molto dolcemente, gliela asciugò.

Ed ora fu la volta di Felicia, che improvvisamente cominciò a mordersi le labbra: con l’unica mano libera, la destra, avrebbe infatti potuto prenderle la mano e tenerla stretta e forte nella sua. Invece non lo fece, ancora una volta non l’aveva saputo (o voluto?) fare.  Ed anche lei questa volta pensò a Paolo, il suo ex marito: quella mano non se la sarebbe mai fatta sfuggire. Uomo generoso, uomo di grandi passioni, anche se sempre “diretto” e selvatico (sì, selvatico e non selvaggio, come spesso amava distinguere nell’auto-definirsi), si era adeguato ai suoi silenzi ed al suo riserbo, ma nelle occasioni in cui prorompevano emozioni, sentimenti e commozione lui era sempre grande e rispondeva come pochi. “E poi – Felicia pensava – Roberta è sua figlia e gli somiglia moltissimo, e lui, pure non essendo propenso alla tenerezza così come non lo sono io, è sempre stato comunque un padre premuroso … chissà, forse io non sono stata alla sua altezza neanche come genitore …”.

Ed improvvisamente, senza capire né come né perché, ripensò e rivide la scena di quella sera, la sera in cui lei, (perché lui, timidissimo in tema di sentimenti, non ne aveva avuto il coraggio) gli diede il primo bacio, lì … sull’ultima terrazza di Monte Pellegrino. Ed in quel momento, in cui il “signor nessuno” era diventato finalmente anche per lei un “signor nessuno”, e lei ripensava a Paolo ed ai diciotto anni passati con lui, al dolore che gli aveva inferto quando gli aveva comunicato, dopo ben quindici anni di vita insieme, il grande segreto della sua infanzia, ed a quello infine provocato nei giorni dell’abbandono, cattivi maledetti giorni in cui dimostrò di dubitare anche della sua intelligenza e lo fece passare per un pazzo geloso … le uscì questa volta un bel rivolo di lagrime e si sentì un leggero ma nitido singhiozzo, a malapena represso.

Roberta, che ora la guardava e pareva leggere i pensieri della sua mente e i sussulti del suo cuore, anche questa volta fu prontissima, prese il fazzoletto e avvicinò la mano al viso di Felicia.

Ma questa volta trovò pronta anche Felicia, che le prese al volo la mano di sua figlia, la strinse, la portò sulla bocca ed iniziò a baciarla ricoprendola insieme di baci e di lagrime. Anche Roberta ora piangeva, lentamente e silenziosamente. Poi, per poterla guardare negli occhi, con delicatezza tolse dal viso di Felicia la sua mano, continuando comunque a tenere stretta quella della madre, e provò ad asciugare le nuove lagrime. E poi poggiò entrambe le mani sul ventre di Felicia, proprio nel punto in cui avevano avuto, prima della nascita, la più intima condivisione di vita. 

“Mamma, – le disse quando anche Felicia a sua volta fissò i bellissimi occhi neri, pieni di lagrime, della figlia – mamma, devo andare; papà mi ha accompagnato e mi aspetta giù, paziente come sempre. Non voglio che aspetti ancora. Lui ha saputo sempre aspettare, ricordi? Ma ora si è fatto veramente tardi. Domani mattina, molto presto, partirò per Firenze. Ho avuto una borsa di studio, studierò e imparerò le migliori tecniche di restauro per i dipinti, all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, sai, è il centro più importante qui in Italia …”.

“Vai sola?” chiese Felicia, sorpresa e sempre più commossa ed agitata.

“Sì mamma, – rispose Roberta raccogliendo pian piano le sue cose ed avviandosi lentamente verso la porta ma rallentando improvvisamente la sua risposta – anzi no … porto nel mio cuore te e papà. Lui spera di venirmi a trovare presto … io vi voglio bene, tutti e due, sai …”. E ripete più forte e più lentamente: “Tutti e due!”. E poi subito velocemente, per celare un singhiozzo divenuto prepotente, soggiunse con la voce spezzata: “Ti chiamerò stasera da casa!”. Ed accelerò il passo.

La porta si aprì parzialmente e si richiuse velocemente dietro Roberta, il tempo fu brevissimo, ed anche lo spazio che lasciava intravedere il corridoio fu molto limitato; eppure, nella penombra del corridoio Felicia riuscì a vedere un’ombra, un’ombra che le sembrò molto familiare.  Infatti, seppure appena accennata, l’ombra le apparve in quel momento come una grande figura luminosa: era l’ombra di Paolo.  

Pietro Cosentino

Il racconto “Felicia”  ha partecipato all’Edizione 2014 del Premio Letterario “Vincenzo Licata – Città di Sciacca”, classificandosi al TERZO POSTO della sezione “Racconti a tema libero in italiano”.

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