Premio Nazionale di Letteratura e Poesia “Vincenzo Licata – Città di Sciacca”

Organizzato dall’Associazione di promozione sociale “L’AltraSciacca

Bando di partecipazione all’Edizione 2010

Scadenza: 10 Luglio 2010

(Cliccate qui per scaricare il bando di partecipazione in formato pdf)

(Cliccate qui per scaricare la scheda di partecipazione in formato pdf)

SEZIONI DEL PREMIO:

TESTI - I testi possono essere editi o inediti. Non sono ammessi testi che siano già stati premiati ai primi tre posti in altri concorsi o premi letterari.

NUMERO COPIE E DOCUMENTAZIONEI concorrenti devono inviare, a mezzo posta prioritaria o a mezzo raccomandata, la documentazione seguente:

QUOTA DI PARTECIPAZIONE – La quota di partecipazione è di 10,00€ (dieci euro), per ogni sezione nella quale si intende concorrere. Allegare agli elaborati la quota di partecipazione a mezzo contanti.

SPEDIZIONE - Spedire gli elaborati a:

«PREMIO NAZIONALE “VINCENZO LICATA – CITTA’ DI SCIACCA”

ASSOCIAZIONE L’ALTRASCIACCA

CASELLA POSTALE 7 – 92019 SCIACCA (AG)».

La spedizione deve avvenire entro il 10 Luglio 2010, farà fede il timbro postale.

PREMI

Per ogni sezione saranno assegnati i seguenti premi:

Premio speciale “Vincenzo Licata”

E’ un premio speciale riservato alla produzione, tra quelle pervenute in tutte e quattro le sezioni, che più di ogni altra interpreta lo spirito delle opere del poeta Vincenzo Licata mettendo in rilievo la genuinità dei sentimenti dell’autore, l’immenso amore che egli prova per la sua gente e la sua città, la venerazione che nutre per i luoghi in cui vive e una profonda coscienza civica. Il premio consiste in una preziosa lavorazione artigianale in corallo sotto campana di vetro realizzato e gentilmente offerto da NOCITO GIOIELLI in Sciacca.

GIURIA - La Giuria, il cui giudizio è insindacabile e i cui nominativi saranno resi noti in seguito, è composta da esponenti del mondo culturale, artistico e scolastico.

DIRITTI D’AUTORE – Gli autori, per il fatto stesso di partecipare al Premio, cedono il diritto di pubblicazione all’interno del sito Internet dell’Associazione e/o su eventuale Antologia del premio senza aver nulla a pretendere come diritto d’autore. I diritti rimangono comunque di proprietà dei singoli Autori.

IMPORTANTE – I concorrenti devono allegare agli elaborati la dichiarazione che l’opera è frutto del proprio ingegno e l’autorizzazione al trattamento dei dati personali. E’ sufficiente scrivere in calce al foglio: “Dichiaro che l’opera presentata è frutto del mio ingegno” e “Il/La sottoscritto/a, acquisite le informazioni dal titolare del trattamento ai sensi dell’articolo 13 del D.Lgs. n. 196/2003, presta il suo consenso al trattamento dei propri dati personali da parte de L’Associazione L’AltraSciacca ai fini inerenti il Premio cui partecipo.”, firmando in maniera chiaramente leggibile. Si consiglia di utilizzare la scheda di iscrizione stampabile che si trova nella sezione Download del sito del Premio www.vincenzolicata.it.

PREMIAZIONE - La premiazione avverrà a Sciacca (AG) entro la prima decade del mese di agosto 2010. Le modalità della Premiazione saranno rese note al termine della scadenza del bando sul sito del Premio www.vincenzolicata.it. Tutti i partecipanti ed i finalisti sono invitati a prendervi parte sin d’ora. Chi non potrà intervenire riceverà i premi e/o gli attestati tramite spedizione postale.

INFORMAZIONI - Rivolgersi a Calogero Parlapiano, segretario del Premio;
tel.
340 08 81 756; e-mail: premio@vincenzolicata.it;
siti web:
www.vincenzolicata.it; www.laltrasciacca.it.

RISULTATI - Tutti i partecipanti riceveranno tramite e-mail una copia dei risultati del Premio. I risultati verranno anche pubblicati sul sito Web: www.vincenzolicata.it.

NOTE

INFORMATIVA - In relazione agli artt. 13 e 23 del D.Lg n. 196/2003 recanti disposizioni a tutela delle persone ed altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali, Vi informiamo che i Vs. dati anagrafici, personali ed identificativi saranno inseriti e registrati nell’archivio dell’Associazione L’AltraSciacca ed utilizzati esclusivamente ai fini inerenti gli scopi istituzionali del Premio cui in epigrafe. I dati dei partecipanti non verranno comunicati o diffusi a terzi. L’interessato potrà esercitare tutti i diritti di cui all’art. 7 del D.lgs 196/2003 e potrà richiederne gratuitamente la cancellazione o la modifica scrivendo al «Responsabile del trattamento dei dati personali de L’Associazione L’AltraSciacca, Calogero Parlapiano – Casella Postale 7 – 92019 Sciacca (AG)».

Il tributo di Sciacca a Vincenzo Licata

Il 21 Febbraio 2010 è stato finalmente ufficializzato il tributo di Sciacca al grande poeta Vincenzo Licata col posizionamento della statua che lo effigia nella zona antistante la Rocca Regina, vicinissimo al mare ed alla città che tanto ha amato.
Alla cerimonia erano presenti le autorità cittadine ed i familiari del poeta Licata, in particolare la sorella Silvia ed i figli Antonello e Filippo, nonché un folto numero di cittadini ed estimatori del poeta.
La statua in bronzo è stata realizzata dallo scultore saccense Filippo Prestia, che ne ha fatto omaggio a Sciacca, e raffigura il poeta nell’atto di scendere dagli scogli mentre un gabbiano gli sta vicino. Sugli scogli sono state applicate una targa con i riferimenti anagrafici ed una targa con dei versi dedicati a Sciacca che qui riportiamo:

Finu a quannu lu suli a lu matinu
affaccia a Sciacca e illumina stu mari
nun ti pèrdiri d’aria, ‘un ti scantari
una spiranza ti sarà vicinu!

……………………….Vincenzo Licata

Particolari ringraziamenti vanno:
- allo scultore Filippo Prestia per aver realizzato la statua ed averla donata a Sciacca;
- all’Amministrazione del sindaco M. Turturici per averne finanziato la fusione in bronzo;
- al Prof. Enzo Porrello per avere costantemente sollecitato in questi anni gli amministratori perché la statua fosse resa disponibile alla gente mediante la sua collocazione;
- all’Associazione di Promozione Sociale L’AltraSciacca per essersi impegnata in questi ultimi mesi, come promesso al termine della prima edizione del Premio Letterario Vincenzo Licata, perché questo evento potesse finalmente concretizzarsi;
- all’Amministrazione del sindaco V. Bono, ed in modo particolare all’assessore Ignazio Piazza, per aver dato corso a tutto quanto è stato necessario per il raggiungimento dell’obiettivo.

Vi invitiamo adesso a prendere visione delle immagini della cerimonia di collocazione della statua e del relativo video:


Galleria

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Video


Sciacca avra’ il suo angolo dedicato al poeta Vincenzo Licata

La nostra associazione, L’AltraSciacca, lo scorso anno ha indetto il Premio Nazionale di Letteratura e Poesia “Vincenzo Licata – Città di Sciacca” con l’intento di diffondere su tutto il territorio nazionale il nome di Sciacca unitamente a quello del poeta Vincenzo Licata, che tanto l’ha amata, legandolo al mondo della cultura letteraria e poetica. La riconoscenza che i saccensi hanno mostrato e mostrano concretamente nei confronti del poeta Licata è veramente tanta, ma da sempre è mancato un riconoscimento ufficiale della Città.
Nel 2005 lo scultore saccense Filippo Prestia ha realizzato gratuitamente una statua del poeta la cui fusione in bronzo e’ stata finanziata dal Comune grazie all’interessamento della precedente Amministrazione, ma la statua sino ad adesso, nonostante le molteplici promesse di installazione da parte degli amministratori che si sono succeduti, e’ rimasta chiusa in un magazzino negando così ai saccensi la possibilità di godere dell’elevato pregio artistico che la caratterizza.

L’anno scorso ci siamo fatti carico dell’impegno necessario perché la statua di Vincenzo Licata fosse finalmente collocata in modo da ufficializzare il tributo di Sciacca nei suoi confronti (vedi post dell’epoca). Dopo esserci accertati della grande disponibilità dell’assessore Ignazio Piazza, siamo riusciti a mettere in contatto tutte le persone interessate: in particolare lo scultore Filippo Prestia, cui va data particolare menzione per aver fatto dono della statua a Sciacca, e gli eredi del poeta, primo fra tutti il figlio Antonello, fungendo da catalizzatore perché tale evento si concretizzasse ed avesse come ulteriore finalità il prezioso arredamento di un angolo della nostra meravigliosa città.
Chiaramente la nostra azione si e’ aggiunta a quella preesistente esercitata da tutti gli estimatori del poeta saccense, con in prima linea il prof. Vincenzo Porrello.
Oggi, con nostra somma soddisfazione, possiamo finalmente dare notizia della cerimonia di collocazione della statua di Vincenzo Licata, domenica 21 Febbrario 2010 alle ore 11:00 nei pressi della Rocca Regina, cui invitiamo tutti i cittadini saccensi a partecipare.

L’associazione di promozione sociale
L’AltraSciacca ……………

La bicicletta da corsa

Il V Ginnasio iniziò sotto i migliori auspici, avevo superato un periodo difficile della mia vita giovanile, ora bisognava mettere a frutto le esperienze accumulate ed impegnare tutte le energie migliori, sotto lo stimolo della maggiore maturità acquisita. Ero stato sempre un cultore convinto dello sport in genere, anche per educazione familiare, mio padre era stato uno sportivo vero e si era dedicato a diverse discipline, anche agonistiche.
Ero appassionato, in modo particolato al ciclismo, sin da piccolo avevo avuto regalata una bicicletta ad ogni evoluzione fisica del mio organismo e questa mia passione era sempre stata seguita e secondata da mio padre. Eravamo agli inizi degli anni ’50, il periodo d’oro del nostro ciclismo agonistico, durante il quale due mostri sacri della bicicletta, che tutto il mondo c’invidiava, dettava la ferrea legge del più forte sulle strade d’Italia e di Francia: Coppi e Bartali. Non credo che l’Italia abbia più avuto dei campioni così.
Mi piaceva andare in bicicletta e, di questo sport, mi appassionava soprattutto il contatto continuo e quasi osmotico con la natura circostante, era esaltante per me, lo sforzo agonistico per primeggiare sugli altri che con me condividevano questa passione, e lo sforzo fisico che spesso diventava sofferenza, era al tempo stesso, soffrire e gioire, per poi sentirmi gratificato, da ogni piccolo successo personale.
Con il mio piccolo sogno nel cassetto e con la prepotente voglia di andare in bicicletta, avevo espresso, accoratamente, a mio padre il desiderio di possedere una bicicletta da corsa. Quella che avevo, infatti, era piuttosto mal ridotta e non corrispondeva più alle mie nuove e mutate esigenze. Egli, tacitamente, aveva acconsentito, io sapevo, però, che la condizione necessaria e sufficiente per essere accontentato, era il raggiungimento della promozione.
E venne il tempo degli esami che furono da me aggrediti, quasi con furore, avevo fretta di liberarmi di questo fardello, il loro esito dentro di me, era quasi scontato, non potevo fallire l’obbiettivo, non era la solita sfida con me stesso, era qualcosa in più, perché racchiudeva in sé il raggiungimento di una meta agognata. Superati brillantemente gli esami, mio padre, visibilmente soddisfatto per il risultato da me conseguito, mi accompagnò nell’unico negozio della città che, allora, vendeva biciclette da corsa ed acquistò per me, una fiammante “Legnano”.
Quella bici, a quell’epoca, era il massimo che si poteva desiderare, con il nuovissimo cambio “campagnolo”, l’ultima evoluzione della tecnica ciclistica, con il suo tradizionale colore verde oliva, con i profili dorati e le cromature sfavillanti, a guardarla era un sogno, per me, divenuto realtà. Era la bicicletta con la quale correva Gino Bartali, allora una leggenda vivente del ciclismo mondiale, per il suo modo di correre, per le imprese sportive che regalava al ciclismo italiano e per il dualismo competitivo che lo opponeva, costantemente, all’altro grande campione di allora: Fausto Coppi, che correva con una bicicletta “Bianchi”.
Quante volte, durante l’inverno, passando davanti la vetrina di quel negozio, mi ero fermato e avevo guardato e riguardato, in una sorta di contemplazione estatica, con desiderio e ammirazione, quel piccolo gioiello della tecnica che era, anche, un modello recentissimo, per l’epoca, di pura estetica ciclistica. Ora, quell’attrezzo sportivo meraviglioso, tanto anelato, era mio.
Avevo un compagno di scuola, del quale ero anche il mio migliore amico, che con me condivideva la passione per la bici. Appena vista la mia, se ne innamorò e, in breve tempo, riuscì a farsene comprare da suo padre, una identica. Quell’anno si unì a noi un terzo giovane, romano, figlio di genitori siciliani trapiantati nella Capitale, per motivi di lavoro. Questo giovane, ogni anno, veniva a passare le vacanze nella mia città, in casa dei nonni, nostro coetaneo ed appassionato di ciclismo. Il padre gli aveva regalato una bicicletta da corsa “Bianchi”.
Si costruì, così, tra noi il più affiatato e completo terzetto ciclistico della nostra città, in realtà a quell’epoca c’erano pochi giovani che disponevano di una bicicletta da corsa così prestigiosa come la nostra e chi la possedeva, era un corridore professionista. La definizione di affiatato terzetto ciclistico, corrispondeva esattamente ai comuni interessi, alla comune sviscerata passione per il ciclismo che avevamo e, infine, era completo perché, sia insieme, sia singolarmente, poteva esprimere le migliori doti atletiche di un corridore ciclistico. Il mio amico e compagno di scuola era un ottimo passista, io ero un interessante scalatore ed il nostro amico romano era un perfetto cronomen.
I percorsi stradali che sceglievamo per le nostre “uscite” erano tutte comprese nel circondario provinciale della nostra città, tuttavia, spesso e volentieri era privilegiata la scalata al vicino Monte Erice, vuoi per la bellezza dei luoghi, vuoi per la natura circostante, irripetibile e quasi incontaminata, vuoi per la difficoltà tecnica del percorso. La bicicletta, in fondo, al di là di quello che può essere il suo utilizzo a fini sportivi ed agonistici, è un perfetto strumento ecologico per tutti, piccoli e grandi, possono usufruire di questo attrezzo per attraversare parchi, giardini, passeggiate lungomare, godendo del contatto con un ambiente esterno salubre e bello da vedere.
L’uomo ha bisogno del contatto con la natura, nella quale s’identifica come espressione suprema di essa, la vita stessa di tutti noi non avrebbe futuro senza la natura che ci circonda, in tutte le sue manifestazioni. Gli animali, le piante e l’aria che respiriamo sono linfa vitale per la nostra salute e la sopravvivenza, nostra e dei nostri figli. Oggi, purtroppo, viviamo nelle città troppo caotiche ed inquinate dalle auto e dagli scarichi industriali, è necessario quindi accostarsi quanto più possibile alla natura, cercando di ritornare alle origini dell’uomo che in essa ha trovato la culla della sua vita.
Per ritornare alla nostra bicicletta, con questo meraviglioso attrezzo sportivo, affrontavo spesso, in compagnia dei miei amici, la scalata al Monte Erice. Allora, eravamo all’inizio degli anni ’50, le due strade che consentivano l’accesso alla Vetta, erano ancora con il fondo sterrato, non avendo ancora mai conosciuto l’asfalto. E si andava su a fatica, lungo i tornanti che s’inerpicano sulle pendici del monte, per noi che amavamo lo sport, sapevano di Stelvio e di Izoard e ci davano l’illusione di ripetere le imprese dei nostri campioni. Ogni volta era uno sforzo immane, un sudore ed una sofferenza notevoli, ma il raggiungimento detta Vetta, ci ripagava ampiamente.
Quell’atmosfera di pace bucolica, il silenzio, l’aria serena, tersa, profumata dalla resina dei pini, si sposava con il nostro desiderio di riposare, dopo un’estenuante fatica che, tuttavia, per la passione sportiva che ci animava, era goduta come un piacere dell’anima. Sotto di noi, fin dove poteva spaziare il nostro occhio, si poteva ammirare il paesaggio da favola che, ogni volta, si offre con una spontaneità ed un’immediatezza unica ai visitatori che giungono in quel luogo mitico.
Fra mare e cielo, Erice ci veniva incontro con il profumo delle sue secolari pinete, con la magia delle sue viuzze nitide e silenziose, con l’affascinate bellezza dei suoi cortiletti fioriti e addormentati. Sospinta dal vento, giunge a volte dal mare una nebbia che avvolge la vetta e, alternativamente, s’infittisce o dirada, suscitando con le sue sfumature i fantasmi di un passato antico ed eterno.
Alla fine, se avessimo avuto un’età più adulta e la volontà di farlo, avremmo potuto scegliere d’intraprendere la carriera sportiva ed agonistica, ma, a quindici anni, ci accontentavamo semplicemente di divertirci, in fondo, in quelle piccole sfide tra noi, non era molto importante chi vinceva, bastava che avessimo potuto esprimere la passione che ci animava e ci spingeva a fruire di uno sport nel quale ci identificavamo e che consideravamo un valore aggiunto alle opportunità che la vita ci offre.


di Vittorio Sartarelli
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Il racconto “La bicicletta da corsa” si è classificato tra i finalisti della sezione dei racconti del Premio Nazionale di Letteratura e Poesia “Vincenzo Licata – Città di Sciacca”, Edizione 2009.

Cardiddu

Minicu ‘u sturpiatu, soprannominato Cardiddu per l’abitudine di accompagnare quel suo incidere sbilenco col verso monotono e ripetitivo del cardellino, per la verità proprio storpio non era ma leggermente claudicante, ingrato retaggio della poliomielite contratta nell’infanzia.
Il padre, Minicu, non l’aveva mai conosciuto e , povero bastardello, era cresciuto sulla strada giocando e ciappeddi o e scorpa.
Quando rimase orfano di madre Vannuzza la lavandaia, le vicine impietosite per la sua condizione di abbandono, lo raccomandarono a Sciavè Jarrusu, ribitteri dei signori Scornavacca perché lo portassero con sé a Pagliazzuni, la tenuta di quei signori. Lì qualcosa da fare l’avrebbe trovata comunque. Così una bella mattina Minicu tiratasi alle spalle la porta fradicia della sua minuscola abitazione, saltò sul carro di Sciavè e accovacciato sulla cassa del carretto giunse a Pagliazzuni.
Le terre degli Scornavacca si estendevano a perdita d’occhio lungo i pendii delle due colline: Pagliazzu e Pagliazzuni fino ai confini con Agliastro e Gianlupo sempre di loro proprietà.
In mezzo alla ciurma di braccianti, garzoni, ribitteri e massari stanziali con le loro famiglie, la presenza del nuovo arrivato non fu notata. La sera come gli altri gli allungarono una scodella di fave che ripulì in un attimo, poi, sopra una lettiera di paglia stesa sull’impiantito, si accucciò vicino ai braccianti che stracchi dalle fatiche cadevano in un sonno profondo.
Col tempo Minicu prese gusto a quell’ambiente: di fame non moriva e ubbidire ai comandi di Massasciavè non gli pesava. Lo mandava a raccogliere rami sparsi per la campagna, di ulivi e carrubi specie dopo la potatura, per legarli in fasci e trasportarli sulle spalle fino alle case. Così divenne frascaiolo e in seguito anche taglialegna.
Quel garzone cinguettante e scherzoso, ormai componente della ciurma era ben visto da tutti.
Quando saliva al palazzo per rare incombenze, i padroni si degnavano di notarlo e di rivolgergli qualche domanda.
Le anziane signorine Antonietta ed Evelina Scornavacca a volte, chiusi i libri di preghiere e deposti gomitoli e unicinetti, amavano scambiare qualche parola con i loro dipendenti specie le mogli dei massari quando salivano per aiutare la servitù nelle grandi pulizie o per portare ben coperti in larghi canestri focacce profumate appena sfornate, pasticci di agnello, di broccoli e ricotta, caitti di spinaci raccolti nell’orto. Raramente aggiungevano, su richiesta del cavalier Matteo, qualche ‘nciminata di cruschello condita ancor calda con olio, formaggio pecorino e pomodoro salato.
Ogni settimana, a turno, le massaie facevano il pane, alimento raro e nobile per quei tempi, ardendo il forno coi rami scoppiettanti di carrubi e ulivi accatastati da Minicu davanti alle loro porte. Appena come un segugio annusava quel buon odore di forno, Minicu si appollaiava sopra una grossa pietra in un angolo del baglio, asciugandosi il sudore e aspettava paziente la provvidenza che quasi sempre arrivava sotto forma di una grossa pagnotta di cruscone condita che afferrava a volo e ingoiava voracemente.
Vita di fatiche e di stenti quella dei contadini in cambio di una certa continuità di lavoro e qualche soldo. Non svaghi né soste. Solo rare sortite in paese per santificare le feste grandi e incontrarsi con gli amici.
I loro padroni fieri e paghi dei privilegi di casta e delle ricchezze accumulate negli anni col sudore di generazioni di braccianti sfiancati e sfruttati nei loro latifondi dove predomina la coltivazione estensiva, di stampo medievale, con l’impegno di forza animale e umana senza alcun sussidio meccanico, privilegiavano la vita di campagna tralasciando impegni mondani e le comodità della loro sontuosa dimora in paese. Culturalmente limitati, schivi e retrivi, rimanevano chiusi e sordi ad ogni forma di cambiamento sociale e al mutare dei tempi.
Non erano di nobile discendenza gli Scornavacca, appartenevano alla crassa borghesia che da generazioni affondava le sue radici nella terra.
Trascorrere in campagna buona parte dell’anno per seguire e controllare i raccolti, era per loro un imperativo categorico con grande rammarico dei loro tre cugini Scornavacca soprannominati rispettivamente Trizza, Spillungu e Naccaredda che sul loro capitale avevano puntato gli occhi e gli appetiti e che avrebbero preferito frequentarli più spesso in paese e corteggiarli come si usa fare con i parenti ricchi e senza prole.
Ma quella intesa, inconfessata aspirazione all’eredità che avrebbe riassestato per sempre il loro instabile equilibrio economico, la sentivano vacillare, non solo per la lontananza dei cugini, ma soprattutto per la loro crescente predilezione e attaccamento a un lontano pronipote e figlioccio, giovane istruito, competente e sollecito nello sbrogliare le loro complicate faccende e nello sgravarli da tanti intricati grattacapi.
Era diventato costui una presenza assidua e costantemente reclamata in casa Scornavacca.
I Trizza e compagni si sentivano schiattare dall’invidia e vedendo seriamente minacciata e compromessa la loro eredità, ebbero degli approcci, si compattarono per discutere e riflettere sul da farsi.
Si avvicinava la Santa Pasqua e il Venerdì Santo, giorno di Passione, di svolgeva in paese una processione dolorosa con la statua di Cristo carico della croce. Nell’animo dei contadini scattò un ancestrale imperativo: sospendere il lavoro e salire in paese per prostrarsi davanti alla statua di Gesù sofferente e seguirne la processione. Nelle loro camicie di bucato e gli abiti scuri, pigiati nei carri predisposti in fila, si mossero lentamente verso il paese.
Pagliazzuni si spopolò. Rimasero soltanto Minicu nella campagna e i padroni nel palazzo.
Il ragazzo non si mosse pensando al pane e alle olive cui avrebbe dovuto rinunziare per la cena e al suo comodo pagliericcio.
All’imbrunire salì al palazzo per riverire i suoi padroni e chiedere se avevano di bisogno qualche servizio. Poi in un angolo del baglio, bruciato un mucchietto di rami, arrostì le olive sotto la cenere. Saziato lo stomaco e l’appetito si ritirò per dormire.
A notte fonda il suo sonno fu disturbato da strani rumori. Appuntò le orecchie. Cauti passi e un fitto parlottio lo insospettirono.
Balzò dal suo giaciglio e uscì fuori gridando: “Cu c’è dduoco?”. Vide il balenìo di lame e tre figuri incappucciati che gli saltarono addosso minacciosi e lo trascinarono a forza dietro il portone del palazzo intimandogli di bussare forte e gridare con quanto fiato aveva : “Cavaleri! Cavaleri! Scinnissi voscenza ppi carità ca muriri mi sientu”.
Qualcuno nel palazzo lo sentì e dopo un poco stridette la serratura e lentamente il portone si aprì. I malviventi liberatisi di Minicu con una spinta violenta che lo fece ruzzolare e stramazzare al suolo, irrupero dentro.
Si avventarono contro il cavalier Matteo ancora dietro il portone e che frastornato e inorridito non credeva ai suoi occhi, lo abbatterono a coltellate e lo decapitarono. Poi come iene inferocite si arrampicarono per le scale fino al piano superiore, tirarono fuori dai letti le signorine assonnate e affogarono le loro alte grida di terrore nel sangue infierendo sui poveri corpi e decapitandoli alla fine come avevano fatto col loro fratello.
Un lieve rigagnolo di sangue prese a scorrere raggrumandosi fin sotto le scale.
I tre sicari portarono a termine la commissione di sterminio, guadagnarono di corsa l’uscita ma si imbatterono in Minicu che tremante di paura e di dolore cercava di sollevarsi e aveva già alzato la testa. In quell’attimo riconobbe uno dei tre assassini che nella fuga di scappare aveva perduto il cappuccio e il riconoscimento gli fu fatale, segnò la sua condanna, feroce e identica a quella dei suoi padroni.
Un cupo silenzio calò su tutto. Solo da lontano una nenia funebre giungeva ad ondate portate dal vento.
Uccelli neri presero a volteggiare, bassi, lanciando sinistri richiami.
La luna piena alta nel cielo seguiva il suo corso creando strani riverberi sulle vetrate del palazzo.


di Lorenza Montisanti
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Il racconto “Cardiddu” si è classificato tra i finalisti della sezione dei racconti del Premio Nazionale di Letteratura e Poesia “Vincenzo Licata – Città di Sciacca”, Edizione 2009.