La bicicletta da corsa
Il V Ginnasio iniziò sotto i migliori auspici, avevo superato un periodo difficile della mia vita giovanile, ora bisognava mettere a frutto le esperienze accumulate ed impegnare tutte le energie migliori, sotto lo stimolo della maggiore maturità acquisita. Ero stato sempre un cultore convinto dello sport in genere, anche per educazione familiare, mio padre era stato uno sportivo vero e si era dedicato a diverse discipline, anche agonistiche.
Ero appassionato, in modo particolato al ciclismo, sin da piccolo avevo avuto regalata una bicicletta ad ogni evoluzione fisica del mio organismo e questa mia passione era sempre stata seguita e secondata da mio padre. Eravamo agli inizi degli anni ’50, il periodo d’oro del nostro ciclismo agonistico, durante il quale due mostri sacri della bicicletta, che tutto il mondo c’invidiava, dettava la ferrea legge del più forte sulle strade d’Italia e di Francia: Coppi e Bartali. Non credo che l’Italia abbia più avuto dei campioni così.
Mi piaceva andare in bicicletta e, di questo sport, mi appassionava soprattutto il contatto continuo e quasi osmotico con la natura circostante, era esaltante per me, lo sforzo agonistico per primeggiare sugli altri che con me condividevano questa passione, e lo sforzo fisico che spesso diventava sofferenza, era al tempo stesso, soffrire e gioire, per poi sentirmi gratificato, da ogni piccolo successo personale.
Con il mio piccolo sogno nel cassetto e con la prepotente voglia di andare in bicicletta, avevo espresso, accoratamente, a mio padre il desiderio di possedere una bicicletta da corsa. Quella che avevo, infatti, era piuttosto mal ridotta e non corrispondeva più alle mie nuove e mutate esigenze. Egli, tacitamente, aveva acconsentito, io sapevo, però, che la condizione necessaria e sufficiente per essere accontentato, era il raggiungimento della promozione.
E venne il tempo degli esami che furono da me aggrediti, quasi con furore, avevo fretta di liberarmi di questo fardello, il loro esito dentro di me, era quasi scontato, non potevo fallire l’obbiettivo, non era la solita sfida con me stesso, era qualcosa in più, perché racchiudeva in sé il raggiungimento di una meta agognata. Superati brillantemente gli esami, mio padre, visibilmente soddisfatto per il risultato da me conseguito, mi accompagnò nell’unico negozio della città che, allora, vendeva biciclette da corsa ed acquistò per me, una fiammante “Legnano”.
Quella bici, a quell’epoca, era il massimo che si poteva desiderare, con il nuovissimo cambio “campagnolo”, l’ultima evoluzione della tecnica ciclistica, con il suo tradizionale colore verde oliva, con i profili dorati e le cromature sfavillanti, a guardarla era un sogno, per me, divenuto realtà. Era la bicicletta con la quale correva Gino Bartali, allora una leggenda vivente del ciclismo mondiale, per il suo modo di correre, per le imprese sportive che regalava al ciclismo italiano e per il dualismo competitivo che lo opponeva, costantemente, all’altro grande campione di allora: Fausto Coppi, che correva con una bicicletta “Bianchi”.
Quante volte, durante l’inverno, passando davanti la vetrina di quel negozio, mi ero fermato e avevo guardato e riguardato, in una sorta di contemplazione estatica, con desiderio e ammirazione, quel piccolo gioiello della tecnica che era, anche, un modello recentissimo, per l’epoca, di pura estetica ciclistica. Ora, quell’attrezzo sportivo meraviglioso, tanto anelato, era mio.
Avevo un compagno di scuola, del quale ero anche il mio migliore amico, che con me condivideva la passione per la bici. Appena vista la mia, se ne innamorò e, in breve tempo, riuscì a farsene comprare da suo padre, una identica. Quell’anno si unì a noi un terzo giovane, romano, figlio di genitori siciliani trapiantati nella Capitale, per motivi di lavoro. Questo giovane, ogni anno, veniva a passare le vacanze nella mia città, in casa dei nonni, nostro coetaneo ed appassionato di ciclismo. Il padre gli aveva regalato una bicicletta da corsa “Bianchi”.
Si costruì, così, tra noi il più affiatato e completo terzetto ciclistico della nostra città, in realtà a quell’epoca c’erano pochi giovani che disponevano di una bicicletta da corsa così prestigiosa come la nostra e chi la possedeva, era un corridore professionista. La definizione di affiatato terzetto ciclistico, corrispondeva esattamente ai comuni interessi, alla comune sviscerata passione per il ciclismo che avevamo e, infine, era completo perché, sia insieme, sia singolarmente, poteva esprimere le migliori doti atletiche di un corridore ciclistico. Il mio amico e compagno di scuola era un ottimo passista, io ero un interessante scalatore ed il nostro amico romano era un perfetto cronomen.
I percorsi stradali che sceglievamo per le nostre “uscite” erano tutte comprese nel circondario provinciale della nostra città, tuttavia, spesso e volentieri era privilegiata la scalata al vicino Monte Erice, vuoi per la bellezza dei luoghi, vuoi per la natura circostante, irripetibile e quasi incontaminata, vuoi per la difficoltà tecnica del percorso. La bicicletta, in fondo, al di là di quello che può essere il suo utilizzo a fini sportivi ed agonistici, è un perfetto strumento ecologico per tutti, piccoli e grandi, possono usufruire di questo attrezzo per attraversare parchi, giardini, passeggiate lungomare, godendo del contatto con un ambiente esterno salubre e bello da vedere.
L’uomo ha bisogno del contatto con la natura, nella quale s’identifica come espressione suprema di essa, la vita stessa di tutti noi non avrebbe futuro senza la natura che ci circonda, in tutte le sue manifestazioni. Gli animali, le piante e l’aria che respiriamo sono linfa vitale per la nostra salute e la sopravvivenza, nostra e dei nostri figli. Oggi, purtroppo, viviamo nelle città troppo caotiche ed inquinate dalle auto e dagli scarichi industriali, è necessario quindi accostarsi quanto più possibile alla natura, cercando di ritornare alle origini dell’uomo che in essa ha trovato la culla della sua vita.
Per ritornare alla nostra bicicletta, con questo meraviglioso attrezzo sportivo, affrontavo spesso, in compagnia dei miei amici, la scalata al Monte Erice. Allora, eravamo all’inizio degli anni ’50, le due strade che consentivano l’accesso alla Vetta, erano ancora con il fondo sterrato, non avendo ancora mai conosciuto l’asfalto. E si andava su a fatica, lungo i tornanti che s’inerpicano sulle pendici del monte, per noi che amavamo lo sport, sapevano di Stelvio e di Izoard e ci davano l’illusione di ripetere le imprese dei nostri campioni. Ogni volta era uno sforzo immane, un sudore ed una sofferenza notevoli, ma il raggiungimento detta Vetta, ci ripagava ampiamente.
Quell’atmosfera di pace bucolica, il silenzio, l’aria serena, tersa, profumata dalla resina dei pini, si sposava con il nostro desiderio di riposare, dopo un’estenuante fatica che, tuttavia, per la passione sportiva che ci animava, era goduta come un piacere dell’anima. Sotto di noi, fin dove poteva spaziare il nostro occhio, si poteva ammirare il paesaggio da favola che, ogni volta, si offre con una spontaneità ed un’immediatezza unica ai visitatori che giungono in quel luogo mitico.
Fra mare e cielo, Erice ci veniva incontro con il profumo delle sue secolari pinete, con la magia delle sue viuzze nitide e silenziose, con l’affascinate bellezza dei suoi cortiletti fioriti e addormentati. Sospinta dal vento, giunge a volte dal mare una nebbia che avvolge la vetta e, alternativamente, s’infittisce o dirada, suscitando con le sue sfumature i fantasmi di un passato antico ed eterno.
Alla fine, se avessimo avuto un’età più adulta e la volontà di farlo, avremmo potuto scegliere d’intraprendere la carriera sportiva ed agonistica, ma, a quindici anni, ci accontentavamo semplicemente di divertirci, in fondo, in quelle piccole sfide tra noi, non era molto importante chi vinceva, bastava che avessimo potuto esprimere la passione che ci animava e ci spingeva a fruire di uno sport nel quale ci identificavamo e che consideravamo un valore aggiunto alle opportunità che la vita ci offre.
di Vittorio Sartarelli
_____
Il racconto “La bicicletta da corsa” si è classificato tra i finalisti della sezione dei racconti del Premio Nazionale di Letteratura e Poesia “Vincenzo Licata – Città di Sciacca”, Edizione 2009.
Cardiddu
Minicu ‘u sturpiatu, soprannominato Cardiddu per l’abitudine di accompagnare quel suo incidere sbilenco col verso monotono e ripetitivo del cardellino, per la verità proprio storpio non era ma leggermente claudicante, ingrato retaggio della poliomielite contratta nell’infanzia.
Il padre, Minicu, non l’aveva mai conosciuto e , povero bastardello, era cresciuto sulla strada giocando e ciappeddi o e scorpa.
Quando rimase orfano di madre Vannuzza la lavandaia, le vicine impietosite per la sua condizione di abbandono, lo raccomandarono a Sciavè Jarrusu, ribitteri dei signori Scornavacca perché lo portassero con sé a Pagliazzuni, la tenuta di quei signori. Lì qualcosa da fare l’avrebbe trovata comunque. Così una bella mattina Minicu tiratasi alle spalle la porta fradicia della sua minuscola abitazione, saltò sul carro di Sciavè e accovacciato sulla cassa del carretto giunse a Pagliazzuni.
Le terre degli Scornavacca si estendevano a perdita d’occhio lungo i pendii delle due colline: Pagliazzu e Pagliazzuni fino ai confini con Agliastro e Gianlupo sempre di loro proprietà.
In mezzo alla ciurma di braccianti, garzoni, ribitteri e massari stanziali con le loro famiglie, la presenza del nuovo arrivato non fu notata. La sera come gli altri gli allungarono una scodella di fave che ripulì in un attimo, poi, sopra una lettiera di paglia stesa sull’impiantito, si accucciò vicino ai braccianti che stracchi dalle fatiche cadevano in un sonno profondo.
Col tempo Minicu prese gusto a quell’ambiente: di fame non moriva e ubbidire ai comandi di Massasciavè non gli pesava. Lo mandava a raccogliere rami sparsi per la campagna, di ulivi e carrubi specie dopo la potatura, per legarli in fasci e trasportarli sulle spalle fino alle case. Così divenne frascaiolo e in seguito anche taglialegna.
Quel garzone cinguettante e scherzoso, ormai componente della ciurma era ben visto da tutti.
Quando saliva al palazzo per rare incombenze, i padroni si degnavano di notarlo e di rivolgergli qualche domanda.
Le anziane signorine Antonietta ed Evelina Scornavacca a volte, chiusi i libri di preghiere e deposti gomitoli e unicinetti, amavano scambiare qualche parola con i loro dipendenti specie le mogli dei massari quando salivano per aiutare la servitù nelle grandi pulizie o per portare ben coperti in larghi canestri focacce profumate appena sfornate, pasticci di agnello, di broccoli e ricotta, caitti di spinaci raccolti nell’orto. Raramente aggiungevano, su richiesta del cavalier Matteo, qualche ‘nciminata di cruschello condita ancor calda con olio, formaggio pecorino e pomodoro salato.
Ogni settimana, a turno, le massaie facevano il pane, alimento raro e nobile per quei tempi, ardendo il forno coi rami scoppiettanti di carrubi e ulivi accatastati da Minicu davanti alle loro porte. Appena come un segugio annusava quel buon odore di forno, Minicu si appollaiava sopra una grossa pietra in un angolo del baglio, asciugandosi il sudore e aspettava paziente la provvidenza che quasi sempre arrivava sotto forma di una grossa pagnotta di cruscone condita che afferrava a volo e ingoiava voracemente.
Vita di fatiche e di stenti quella dei contadini in cambio di una certa continuità di lavoro e qualche soldo. Non svaghi né soste. Solo rare sortite in paese per santificare le feste grandi e incontrarsi con gli amici.
I loro padroni fieri e paghi dei privilegi di casta e delle ricchezze accumulate negli anni col sudore di generazioni di braccianti sfiancati e sfruttati nei loro latifondi dove predomina la coltivazione estensiva, di stampo medievale, con l’impegno di forza animale e umana senza alcun sussidio meccanico, privilegiavano la vita di campagna tralasciando impegni mondani e le comodità della loro sontuosa dimora in paese. Culturalmente limitati, schivi e retrivi, rimanevano chiusi e sordi ad ogni forma di cambiamento sociale e al mutare dei tempi.
Non erano di nobile discendenza gli Scornavacca, appartenevano alla crassa borghesia che da generazioni affondava le sue radici nella terra.
Trascorrere in campagna buona parte dell’anno per seguire e controllare i raccolti, era per loro un imperativo categorico con grande rammarico dei loro tre cugini Scornavacca soprannominati rispettivamente Trizza, Spillungu e Naccaredda che sul loro capitale avevano puntato gli occhi e gli appetiti e che avrebbero preferito frequentarli più spesso in paese e corteggiarli come si usa fare con i parenti ricchi e senza prole.
Ma quella intesa, inconfessata aspirazione all’eredità che avrebbe riassestato per sempre il loro instabile equilibrio economico, la sentivano vacillare, non solo per la lontananza dei cugini, ma soprattutto per la loro crescente predilezione e attaccamento a un lontano pronipote e figlioccio, giovane istruito, competente e sollecito nello sbrogliare le loro complicate faccende e nello sgravarli da tanti intricati grattacapi.
Era diventato costui una presenza assidua e costantemente reclamata in casa Scornavacca.
I Trizza e compagni si sentivano schiattare dall’invidia e vedendo seriamente minacciata e compromessa la loro eredità, ebbero degli approcci, si compattarono per discutere e riflettere sul da farsi.
Si avvicinava la Santa Pasqua e il Venerdì Santo, giorno di Passione, di svolgeva in paese una processione dolorosa con la statua di Cristo carico della croce. Nell’animo dei contadini scattò un ancestrale imperativo: sospendere il lavoro e salire in paese per prostrarsi davanti alla statua di Gesù sofferente e seguirne la processione. Nelle loro camicie di bucato e gli abiti scuri, pigiati nei carri predisposti in fila, si mossero lentamente verso il paese.
Pagliazzuni si spopolò. Rimasero soltanto Minicu nella campagna e i padroni nel palazzo.
Il ragazzo non si mosse pensando al pane e alle olive cui avrebbe dovuto rinunziare per la cena e al suo comodo pagliericcio.
All’imbrunire salì al palazzo per riverire i suoi padroni e chiedere se avevano di bisogno qualche servizio. Poi in un angolo del baglio, bruciato un mucchietto di rami, arrostì le olive sotto la cenere. Saziato lo stomaco e l’appetito si ritirò per dormire.
A notte fonda il suo sonno fu disturbato da strani rumori. Appuntò le orecchie. Cauti passi e un fitto parlottio lo insospettirono.
Balzò dal suo giaciglio e uscì fuori gridando: “Cu c’è dduoco?”. Vide il balenìo di lame e tre figuri incappucciati che gli saltarono addosso minacciosi e lo trascinarono a forza dietro il portone del palazzo intimandogli di bussare forte e gridare con quanto fiato aveva : “Cavaleri! Cavaleri! Scinnissi voscenza ppi carità ca muriri mi sientu”.
Qualcuno nel palazzo lo sentì e dopo un poco stridette la serratura e lentamente il portone si aprì. I malviventi liberatisi di Minicu con una spinta violenta che lo fece ruzzolare e stramazzare al suolo, irrupero dentro.
Si avventarono contro il cavalier Matteo ancora dietro il portone e che frastornato e inorridito non credeva ai suoi occhi, lo abbatterono a coltellate e lo decapitarono. Poi come iene inferocite si arrampicarono per le scale fino al piano superiore, tirarono fuori dai letti le signorine assonnate e affogarono le loro alte grida di terrore nel sangue infierendo sui poveri corpi e decapitandoli alla fine come avevano fatto col loro fratello.
Un lieve rigagnolo di sangue prese a scorrere raggrumandosi fin sotto le scale.
I tre sicari portarono a termine la commissione di sterminio, guadagnarono di corsa l’uscita ma si imbatterono in Minicu che tremante di paura e di dolore cercava di sollevarsi e aveva già alzato la testa. In quell’attimo riconobbe uno dei tre assassini che nella fuga di scappare aveva perduto il cappuccio e il riconoscimento gli fu fatale, segnò la sua condanna, feroce e identica a quella dei suoi padroni.
Un cupo silenzio calò su tutto. Solo da lontano una nenia funebre giungeva ad ondate portate dal vento.
Uccelli neri presero a volteggiare, bassi, lanciando sinistri richiami.
La luna piena alta nel cielo seguiva il suo corso creando strani riverberi sulle vetrate del palazzo.
di Lorenza Montisanti
_____
Il racconto “Cardiddu” si è classificato tra i finalisti della sezione dei racconti del Premio Nazionale di Letteratura e Poesia “Vincenzo Licata – Città di Sciacca”, Edizione 2009.
Zu Fifiddu Quartara
Il suo nome di battesimo era Filippo e viveva in un piccolo paese della Sicilia.
In quasi tutti i paesi siciliani, gli abitanti, per essere individuati facilmente, più che per il loro nome e cognome, vengono regolarmente riconosciuti con la “nciuria”, un sopranome che molti ereditano, addirittura dai loro genitori e quello di Filippo era già appartenuto a suo padre ed era: zu’ Fifiddu “Quartara”.
Fifiddu era un ometto molto vecchio e di piccola statura e quelle profonde rughe sul suo viso, erano i segni tangibili dell’età avanzata, però in paese, nessuno conosceva i suoi anni e forse anche lui, sconosceva la sua vera età.
“Quartara” abitava in una piccola e modesta casa, sita al piano terra e trascorreva quasi tutte le sue giornate, davanti la persiana, rimanendo seduto, sorreggendosi con le mani appoggiate al bastone. Rimaneva in quella posizione per diverse ore e quando la temperatura era più mite, usciva fuori dalla casa e mettendo la sedia direttamente sul marciapiedi, andava a godersi il tepore della strada. I paesani che si trovavano a passare, gli rivolgevano il saluto, dicendo: “Vasamu li’ manu, zu’ Fifiddu, vasamu li’ manu, Quartara”.
Fifiddu ricambiava il saluto, usando parole affettuose: “Vass ‘a binirica, vass ‘a binirica a tutti”. – rispondeva con riverenza e si toglieva la “coppola” con le mani –.
In paese, tutti conoscevano la generosità e l’onestà di “Quartara” e quando c’era la necessità d’aiutare qualche “puvireddu”, era pronto ad offrire i propri denari, ripetendo a tutti, che oltre alla ‘nciuria, suo padre gli aveva lasciato in eredità, anche la saggezza, che custodiva dentro la “quartaredda di crita”. Quella brocca di terracotta, era appartenuta ai suoi avi e Fifiddu la teneva sopra la credenza, accanto al ritratto di suo padre e la custodiva in maniera accurata, come fosse una reliquia.
Una sera, quando stava per tramontare il sole, un uomo dai movimenti sospetti, elegantemente vestito, giacchetta aderente, mani in tasca, cappello sulle ventitré, sigaro in bocca e con un’aria da spaccone, si presentò davanti la persiana del vecchio “Quartara”. Era mastro Turi, un accanito giocatore noto anche nei paesi vicini, meglio conosciuto come: “Zicchinetta”. Non a caso gli avevano affibbiato quel sopranome; la ‘nciuria che portava, gli calzava proprio a pennello ed era il suo biglietto da visita.
“Quartara, m’aviti a veniri di patri, m’aviti aiutari, haiu bisognu di dinari picchì haiu debbiti di jocu. Nun haiu cchiù un sordu, m’arresta di vinnirimi puru lu’ fumu dilla lampa. ’Ntra un misi, vi prumettu, ca’ vi li ‘nnarreri”. – spiegò quelle parole, piangendo disperatamente –
Zu’ Fifiddu, che si era appena alzato dalla sedia, entrò in casa, prese la quartaredda dalla credenza e la porse a Turi, dicendogli: “Trasicci la manu dintra, viri si sti’ dinara ca’ ci sunnu ti ponnu abbastari, viri si poi accummurari”.
“Zicchinetta” rimescolò la mano dentro la brocca e quando la tirò fuori, si ritrovò tra le dita, proprio il denaro che gli necessitava. Ringraziò con riverenza, promettendone la restituzione entro il mese.
Turi fu puntuale, allo scadere del termine riportò il denaro e con le proprie mani, lo introdusse dentro la brocca.
“Accura Turi! lu’ jocu è trarituri, sta’ vota vincisti e ti trasiu bona la quasetta. Oggi ti fu amicu, ma dumani nun poi sapiri comu sarà! Nun ti scurdari ca’ hai figghi a casa”. – quelle parole che gli rivolse, avevano il tono affettuoso di un padre – .
Zicchinetta andò via sorridendo, ma: il lupo perde il pelo e non il vizio.
“Quartara” per tutto il paese, era come il monumento della piazza: sempre allo stesso posto, davanti la persiana e gli uomini e le donne che vi si erano fermati, per chiedere aiuto, avevano sempre ricevuto, oltre all’offerta di denaro, anche una paterna accoglienza. Zu’ Fifiddu aveva parole buone per tutti ed era sempre ben disposto a prestare aiuto, alle persone bisognose.
Trascorsero diversi mesi e una sera si ripresentò Turi: sempre ben messo, stesso atteggiamento spavaldo e sempre con il sigaro in bocca.
Da un bel po’ di tempo, Quartara era nell’attesa di quella visita, sapeva che prima o poi si sarebbe ripresentato.
Il rituale fu lo stesso: pianto e disperazione, con la promessa di riportare il denaro entro la fine del mese. Per la seconda volta rimescolò la mano dentro la brocca, contenente ancora i denari, riposti da Turi la volta precedente e appena li toccò, accennò un ringraziamento e sorrise, poi li strinse tra le dita e scomparve dietro l’angolo del palazzo.
L’odore del suo sigaro, che aveva impregnato quel tratto di strada, piano, piano, di disperse nell’aria.
I mesi trascorsero veloci come il vento: poi un mese, due, tre e tanti ancora, ma di Turi, non si vedeva nemmeno l’ombra.
L’orologio del campanile aveva appena battuto l’ultimo quarto alle otto e Quartara si accingeva a rientrare in casa, quando improvvisamente, riapparve Turi; ma dall’odore del sigaro, diffuso nell’aria, già da un po’ Fifiddu, aveva percepito la sua presenza. Zicchinetta aveva un atteggiamento umile e teneva la testa bassa e penzolante come quella d’un: “cani vastuniatu”.
“Aiutatimi, aiutatimi! Si nun pagu sti’ debbiti di jocu, sugnu cunzumatu. Pristatimi li’ dinari, vi li’ tornu ‘ntra un misi, comu l’urtima vota”. – urlava quelle parole e intanto si schiaffeggiava il viso – .
Il vecchio, prima cercò di calmarlo, poi lo pregò di entrare in casa e prendere la brocca dalla credenza. La quartaredda, secondo quanto diceva Turi, doveva ancora contenere il denaro riportato l’ultima volta e che sosteneva d’avercelo riposto personalmente dentro. Disperato entrò in casa, la prese tra le mani e incominciò a rimescolare, rimescolare, fino a, quando le sue dita incominciarono a sanguinare per l’inutile fatica e quando le tirò fuori erano piene, ma soltanto di sangue.
Quell’atteggiamento di sottomissione assunto da Turi, prima di chiedere aiuto, si trasformò in arroganza: non riusciva a darsi pace, urlava pretendendo scuse e spiegazioni.
Zu’ Fifiddu, vedendo che l’ira di Turi non si placava, dopo essersi sistemato in maniera più comoda sulla sedia, pensò bene di schiarirgli le idee: “Passaru tanti misi e iu aspettai, ma tu nun mantinisti la parola e hai puru l’ardìri di mintìri e diri ca’ li’ dinara ca’ t’impristavi mi li’ purtasti! Iu sugnu vecchiu e mi l’avia scurdatu, ma la quartaredda avi lu’ sennu di l’armuzza di me’ patri e a idda nun si po’ mintìri. A mia, li’ dinari nun mi servunu, è pi’ li’ poviri cristiani ca l’arricogghiu e si tu l’avissi ripurtatu, ora ca’ nn’hai bisognu ti li trovassi. Iu t’avia avvisatu, ca’ lu’ jocu è cosa laria e tu nun vulisti capìri li’ me paroli, ma lu’ veru surdu, è chiddu ca’ nun voli sentiri”.
“Ma comu fazzu ora? Perdu l’unuri. ‘Lu salariu ca’ mi vuscu, nun m’abbasta pi’ campari, vivu di stenti e jocu pi fari cchiù picciuli. Ora chi cci dugnu a manciari alli me’ figghi? – in quelle parole ripeture in maniera convulsa, c’era tanta rabbia – .
Zu’ Fifiddu rimase un po’ in silenzio, poi con le mani si sistemò la coppola e gli rivolse nuovamente la parola: “Un veru omu nun si ecca nillu vizziu, cu’ la scusa di purtari beni alla famigghia. Cu’ lu’ jocu, nun si campanu li’ figghi! Inveci di chianciri miseria, cercati n’avutru misteri e nun ti scantari si t’allordi li’ manu, nun ti sentiri umiliatu, lu’ travagghiu quannu è onestu, avi sempri dignità. ‘Lu t’onuri oramai pirdiu la rutta e r’è troppu tardi pi’ pinzari alli figghi, ca’ un hannu di chi manciari. Sulu ora ti pigghi collira pi’ iddi? L’arbulu picca e la rama ricivi! Nun ti scantari, ‘lu pani alli to’ piccirriddi ci lu’ dugnu iu. Ora vattini, sparisci di r’avanzi l’occhi mei”. – terminò quel lungo e tormentato discorso, con la voce che gli strozzava la gola e intanto con la mano, gli indicò la strada – .
Turi smise la lamentela e andò via: comprese che se avesse insistito, avrebbe solo peggiorato la sua situazione.
Quartara rimase per un po’ amareggiato e quando la sagoma di Zicchinetta sparì dalla sua vista, si sollevò dalla sedia con fatica, prese tra le mani la brocca e s’introdusse in casa. Chiuse la persiana, accese la lampada, baciò la quartaredda e la posò delicatamente sulla credenza, poi rivolse lo sguardo verso il ritratto “dell’armuzza” di suo padre e gli augurò la buona notte.
ZU’ FIFIDDU “QUARTARA”
di Emilia Merenda
_____
Il racconto “Zu Fifiddu Quartara” si è classificato tra i finalisti della sezione dei racconti del Premio Nazionale di Letteratura e Poesia “Vincenzo Licata – Città di Sciacca”, Edizione 2009.
L’uomo e la conchiglia
Era tanto, tanto tempo che non si vedeva più un tramonto così.
Se la memoria dell’uomo potesse regredire fino a portarsi al limite del ricordo, dovrebbe fermarsi a molti anni fa, e solo per trovarne uno parvente, illusione di specchio opaco. Ancora, la memoria dell’uomo stenterebbe a trovarne i particolari comuni, a gustare quei profumi e a sentire quei gusti che nella più pura essenza riescono ad inebriare i sensi e che talvolta riaffiorano sollecitando l’inconscio. Una sensazione profonda di deja vu induce l’uomo a pensare come ogni suo simile viva una esistenza che va di molto al di là di uno sfuggevole presente, estendendosi oltre i confini delle consuete una o due generazioni nelle quali è convenzionalmente compreso l’acciglio della vita umana.
Sensazioni già vissute, parole già dette e, forse, già ascoltate gli affollano la mente, disclocandosi repentine, verso la sua anima. Sono un insieme impressionanti di azioni, gesti, frasi che hanno già avuto il loro spazio e che continuamente si ripetono, ogni giorno, impregnando le ore quotidiane, fino a chiudere il cerchio là dove era incominciato. In questo strano tramonto, nel quale tante cose colpiscono lo sguardo che spazia tutto all’intorno, l’uomo fissa la sua attenzione su pochi particolari sfuggenti, su piccole cose che riempiono di loro stesse tutto il paesaggio.
C’è una conchiglia in riva al mare, una piccola conchiglia che nasconde un segreto dentro di sé, e che se ne sta chiusa chiusa lasciandosi cullare dalla spumosa risacca del mare di maggio. L’acqua, ancora gelida a causa del ricordo dei mesi appena trascorsi, l’avvolge e la conchiglia, tra un rotolare e l’altro, si scontra e si fa largo tra le pietre del bagnasciuga, cercando di proteggere il suo tesoro fino a quello che sa essere il giusto momento.
Le lunghe ombre delle soffici nuvole arrossate dal crepuscolo si distendono sulla spiaggia, cambiandone i colori verso tonalità più cupe, proprie della notte che sta per giungere avanzando in punta di piedi. La spiaggia è ormai deserta. C’è solo un ombrellone ancora aperto e qualche giocattolo sepolto nella sabbia, unici segni di una giornata affollata. Insieme a loro, s’imbucano poche orme, mosse da pensieri che si inseguono, da parole sfuggenti, da idee che l’uomo non riesce più ad afferrare, pensieri che volano nel cielo.
Cielo in cui si sentono voci di gabbiani che cantano la loro ultima canzone prima di colare verso un vicino promontorio, sulla cui piaggia si appoggiano e si addormentano accoccolandosi dentro le bianche ali. Quelle ali li hanno trasportati sostenendo il loro volo nella giornata appena trascorsa, facendo loro scorgere lembi nudi di terra e scorci di mare, fronde d’alberi, mani di persone. Quelle ali li hanno sospesi tra le caleidoscopiche emozioni che aleggiano sopra il capo nudo degli uomini; li hanno fatti galleggiare nell’aria immobile e scura, in questo tempo, per l’uomo, ancora riscaldata da un timido tepore che giunge dal sole infuocato.
Sole che si sta tuffando nel mare un po’ increspato da un fiato di vento orientale, immergendo lentamente la sua fornace e il suo calore in acque che mai riusciranno ad estinguerlo. Quelle acque potranno solo accoglierlo con la loro frescura e con un acre sapore di salsedine, custodendolo durante il suo breve sonno, meritato dopo una lunga giornata passata da far da sentinella a tutta la terra e ai suoi figli. Quelle acque ora rispecchiano il viso rotondo dell’amata sorella del sole, che lattea s’affaccia sorgendo dalla cruna dell’orizzonte.
Luna, bianca luna, con il suo vestito ricamato di stelle dagli angeli, viene a vegliare la terra che si è appena addormentata. Viene a custodire il sonno, ad ispirare i sogni più belli, quelli che scacciano le difficoltà della veglia, quelli che si affidano solo alla bellezza della fantasia, alla ricchezza dei desideri. Quei sogni che si mescolano ad una notte rapida a terminare così come rapida è iniziata. All’orizzonte il mare già incomincia a ridare ciò che aveva accolto e custodito. Rispunta il sole grondante di rugiada mattutina. Raggi di vita si allungano sull’acqua, andando a sfiorare la terra per ridestarla dal suo sonno sicuro. Con un tocco magico aprono gli occhi di mille e più di mille creature, accarezzando con dita di luce i loro volti, le loro palpebre, sollecitando la loro veglia con un chiarore sempre crescente. I fiori sentono bussare alle loro corolle questa nuova giornata che sta lentamente destandosi, e si dischiudono per assaporare l’aria fresca del mattino, nutrendosi di un’alba che appare infinta.
Laggiù sulla battigia incombusta al tramonto e rorida d’alba, quella piccola conchiglia cerca di farsi largo tra i ciottoli per raggiungere il mare, i suoi scuri e profondi fondali. Il suo desiderio è lasciarsi trasportare dalle maree fino al centro degli oceani e lì rivelare il segreto che gelosamente ha custodito, dischiudendone le sue labbra in un bacio, una nera perla di cuore, un cuore intriso di pensieri, di pensieri di sogni, di sogni d’amore.
Quell’amore che, nella notte che è preceduta a questo affresco d’impressioni latenti, l’uomo ha perduto.
di Roberto Gennaro
_____
Il racconto “L’uomo e la conchiglia” si è classificato tra i finalisti della sezione dei racconti del Premio Nazionale di Letteratura e Poesia “Vincenzo Licata – Città di Sciacca”, Edizione 2009.
… Ma quell’attimo, quell’attimo
“E’ qui?” chiese con una luce di speranza negli occhi.
Il dottore soffermò lo sguardo sulla donna che gli stava davanti, sorpreso. Chi cerca? domandò senza aprir bocca. Malgrado ciò, lei se ne stava muta, consunta dall’ansia.
“Cerco il mio bambino” si decise a dire alfine, con un tremito nella voce. “Si chiama Salvatore… ma questo lei non può saperlo: non parla ancora il mio bambino…ha solo un anno.”
Il dottore ebbe un guizzo negli occhi, ma non disse nulla.
“L’hanno ferito il 9 maggio, in via Squarcialupo…Mi hanno detto…sì, a Villa Sofia mi hanno detto che quelli del quartiere San Pietro li hanno portati qui…
Di soprassalto, ogni cosa venne squarciata dall’urlo delle sirene. Il tempo di immergere gli occhi dintorno che si mise a correre alla disperata, e, mentre correva, si gridava dentro: presto! prestooo! Qui, morirò qui! e già le gambe le tremavano.
Una marea di folla vociante si era intanto riversata sulle strade. Ansando a bocca spalancata, Evelina giunse a piazza San Domenico. Di momento in momento, si avvertiva sempre più distinto il rombo degli aerei e la contraerea che sparava contemporaneamente.
In quell’attimo, udì approssimarsi – orribile e crudele – un sibilio e, immediatamente dopo, l’urlo bieco delle bombe che precipitavano di schianto. Esplodevano in una luce bianco, abbagliante. Senza riparo di alcun genere, in mezzo a quegli scoppi implacabili, si sentiva attaccata, accerchiata, schiacciata da una forza immane: spiegabilmente illesa.
Vedeva le case dapprima vacillare come ubriache, e poi accartocciarsi, inginocchiarsi, sbriciolarsi, polverizzarsi, crollare in un turbinio di polvere, legname e calcinacci. Inciampò e quasi cadde sull’ammasso di detriti. Dio mio, supplicava, fa che mio marito e il mio bambino scampino a questo inferno…
Le squadriglie aeree arrivarono a ondate bombardando a tappeto, come se arassero.
Il crepitio era implacabile, disumano, squarciante. Ma lei, con gli occhi fuori dalle orbite, continuava a correre senza fermarsi, come se avesse un cane rabbioso alle calcagna.
Ovunque scene di distruzione e di morte.
Evelina si gettò in via Squarcialupo. Come un miraggio, tra le case, le apparve la sua. Si fermò a fissarla con lunghe occhiate sospettose… era stata bombardata, sì, ma era ancora in piedi!… Aveva il cuore pieno di disperata gioia. La raggiunse con un passo leggero. La porta era aperta. Varcò la soglia. Dentro c’era un silenzio tragico, come di morte. Aggirandosi tra le stanze vuote, si sentì avvolgere da un’improvvisa disperata paura e allora si precipitò fuori gridando: “Dov’è mio figlio?! dov’è mio marito?!”
Al solo pensiero che potesse essere accaduto qualcosa di irreparabile, si sentiva l’anima straziata. Alle sue grida, i vicini si affacciarono alle porte con la faccia mesta. Le si fecero attorno come uno sciame di mosche. Ma nessuno parlava. “Dov’è mio figlio?! dov’è mio marito?!” ripetè mentre si sentiva scivolare nella disperazione.
Finalmente si fece avanti un giovane. Prima di parlare, si passò la lingua sulle labbra. “Io l’ho visto tuo marito mentre si lanciava fuori di casa, tenendo il bambino fra le braccia. Ma, appena sceso dal marciapiede, è caduta una bomba che l’ha colpito in pieno”.
Una ridda di emozioni, ansie, angoscia, disperazione si scatenò dentro di lei. Le parve di stare annegando nel fondo nero di un pozzo. Provava l’impulso di buttarsi a terra e di gridare, di gridare, di gridare. Fino a morire. Si coprì il volto con tutt’è due le mani e scoppiò in un pianto dirotto. Gli altri la osservavano standosene in silenzio, accomunati dallo stesso dolore.
“E Salvatore? dov’è Salvatore?!” gemette all’improvviso, voltandosi a guardare il giovane con occhi spiritati.
“Quando è cessato l’allarme, sono arrivate due camionette dell’UNPA: una ha caricato tuo marito insieme ai… ai morti, e l’altra il bambino assieme ai feriti”.
“E dove lo hanno portato?” annaspò.
“Non lo so”, ammise il giovane con voce sommessa, “sicuramente in qualche ospedale…”
“Si, ma in quale…? Ce ne sono tanti…”
“Chissà… Bisogna informarsi”.
Evelina indietreggiò di un passo, continuando a guardarlo per un lunghissimo instante. Poi, si volse di scatto e, quasi correndo, riprese ad attraversare strade, e piazze, e cortili, in un pullulare di gente smarrita. Vagava di ospedale in ospedale, rincorrendo l’illusione di trovare suo figlio, sempre con la stessa domanda sulle labbra: è qui?
“Guardi in giro… veda se c’è” era la risposta che con impassibile noncuranza le davano medici e infermieri, sopraffatti dalla necessità di prestare soccorso agli innumerevoli feriti. Dattorno c’era un via vai continuo e disperato.
Consumata dall’ansia, ad occhi spalancati, lei, setacciava ogni corsia, da una branda all’altra, scrutando ogni volto. Niente: non c’era… Ma com’era possibile, Dio santo? come poteva, un bambino, dileguarsi senza lasciare traccia? Il solo pensiero di perderlo la spauriva, le toglieva il respiro. Ridatemi mio figlio! supplicava dentro di sé. Ridatemi il mio Salvatureddu. E tutto ciò che mi resta ormai!
Si sentiva umiliata, derubata, espropriata di tutto.
Riprendendo a divagare, il volto del marito si affacciava ai suoi pensieri. Si raccontava che se il bambino era ancora vivo, il merito andava al suo istintivo fargli da scudo col corpo. Povero Vittorio, che sorte amara ha avuto! Nemmeno la consolazione di morire nel suo letto! nemmeno il conforto delle mie lacrime!
Il cielo s’incendiava al sole calante quando tornò a casa.
“Cara signora”, le aveva detto un medico dell’ospedale Gianfilippo Ingrassia (aprendole in faccia gli occhi di giacchio), “in fondo, suo figlio era piccolo…” e poi, senza mutare tono, aveva soggiunto: “… se muore non ci fa niente”.
Cara signora l’aveva chiamata. E aveva avuto pure il coraggio di dire: se muore non ci fa niente. Ma cosa ne sapeva, lui, del suo tormento? della sua disperazione? delle sue braccia vuote? della paura del domani? Suo figlio era piccolo, aveva detto. Va ben, era piccolo. E che vuol dire? Forse che un figlio piccolo non è un figlio? Forse che una goccia piccola non può essere anche infinita?
Sarebbe rimasto smarrito, il medico, a sapere di avere di fronte una donna, povera e per giunta vedova, che aveva scommesso tutto su quel bambino dai riccioli bruni. Che aveva sognato di condividere con lui i giorni, e le speranze, e le gioie, e le delusioni. Che aveva riposto in lui tutto il suo avvenire. Il medico la vedova come una delle tante (noiose e petulanti) che affollavano la sala d’aspetto, e la sua mente. Lei non aveva risposto. Cosa poteva dire a uno che ti parla con tanta indifferenza? Si era mossa. A capo chino. Aveva attraversato il corridoio, stancamente. Ma, appena fuori, aveva sollevato il capo e guardato un punto lontano della strada.
Lei, Evelina Martorana, che superava appena il metro e mezzo d’altezza, di mestiere casalinga, non si sarebbe arresa. Avrebbe continuato a cercare, e a cercare, e dopo avere ritrovato suo figlio, piccola goccia infinita, avrebbe continuato a camminare con la mano nella sua perché lui le avrebbe dato la Forza e il suo Amore.
L’indomani, dipanando ancora questi pensieri, ora intessuti d’angoscia ora di speranza, si diresse verso l’ospedale Cervello. Camminando, covava il suo bambino nella mente. Lo vedeva dovunque: in un fiore, in mezzo a un prato, sopra i muri delle case, dentro un ritaglio d’azzurro. Ma anche lì, sia i medici che gli infermieri dissero: no, non c’è. Come, non c’è? mormorò lei con la delusione negli occhi. No, non c’è: provi altrove.
Non l’avevano nemmeno guardata in faccia. Come se non l’avessero vista. Come se fosse stata un’ombra. Arrancando per interminabili strade, giunse a Villa Sofia che era pomeriggio inoltrato, sempre con la stessa domanda sulle labbra. Finalmente un medico, preso a compassione, disse:” I feriti del rione S. Pietro dovrebbero averli portati alla Rocca. Tenti là, domani” e, osservando le ombre che si allungavano dietro i vetri, concluse:”Adesso è tardi”.
Evelina sentì come riaccendersi una luce nel cuore, flebile, ma sufficiente a farle riprendere la speranza. La pioggia bagnava la sera quando tornò a casa.
L’indomani andò incontro al giorno che era appena chiaro. La speranza dell’alba le dava animo. Avanzava per corso Calatafimi con un solo pensiero: voglio mio figlio.
Strascicava le gambe per la fatica. I chilometri percorsi non si contavano più. Tre giorni di cammino l’avevano sfiancata. Ma non arresa. Lungo la strada, c’erano tante case violate dalla guerra. Ce n’era una, coi muri diroccati e il tetto sfondato, in mezzo a un prato invaso da un delirio di margherite gialle. Nella desolazione che avvolgeva ogni cosa, quei fiori sapevano quasi di miracolo,
Per il breve spazio di un attimo, soffermò lo sguardo su quel prato. Bello sarebbe stato percorrerlo con passi d’aria, tenendo per mano il suo bambino. Bello sarebbe stato…
Da lontano un gallo intonò il suo canto, scuotendola bruscamente dai suoi intricati pensieri.
Arrivò alla Rocca senza più fiato. Imboccò il viale. Un passo… due passi… tre passi… Udiva lo scricchiolio della ghiaia sotto le scarpe. Si accostò all’ingresso, ma, prima d’entrare, si soffermò un momento per sostenersi allo stipite della porta. Ansimava. Inghiottì a vuoto, guardandosi dintorno. Sentì il cuore che bussava e fece un lungo sospiro. D’improvviso, riprese a camminare, tremante. Qualcosa le diceva che lì avrebbe trovato il suo bambino. Era vedova, sì, però le rimaneva lui per cui vivere, per andare avanti. La sua vita avrebbe avuto nuovamente un senso. Provava una felicità quieta. Il domani? Ci avrebbe pensato poi. Non è così che si dice, forse?
“E’ qui il mio bambino?” tornò a chiedere e rimase lì a spiare il medico, lacerata dall’ansia e dalla paura. “E’ riccio, è nero di capelli… ed è bello, il figlio mio. E’ qui?” ripetè con un soffio di voce. Si chiama Salvatureddu comu lu nnomu du Bammineddu, ma questo non lo disse: era la sua maniera di chiamarlo, una cosa che apparteneva solo a loro due.
Il dottore per un attimo incrociò il brillio dei suoi occhi, poi abbassò lo sguardo sull’elenco che teneva in mano …ma quell’attimo, quell’attimo. “sì, il 9 maggio, dal quartiere San Pietro, hanno portato qui un bambino che corrisponde alla sua descrizione” rispose con un mezzo sorriso … ma quell’attimo, quell’attimo era stato capace di colmare una vita intera.
Evelina spalancò la mente al senso di quelle piccole – grandi parole che, emerse dal buoi, adesso fiorivano sulle labbra dell’uomo. Avvertì un’immediata risonanza interiore. Provava una felicità tale che si sentiva tintinnare il cuore. E’ qui! è qui! si ripeteva.
E fu come se la vita si riaccendesse. all’improvviso.
di Tania Fonte
_____
Il racconto “… ma quell’attimo, quell’attimo” si è classificato tra i finalisti della sezione dei racconti del Premio Nazionale di Letteratura e Poesia “Vincenzo Licata – Città di Sciacca”, Edizione 2009.


















